Ci sono viaggi che ricordi per i monumenti. E poi ci sono viaggi che ricordi per le persone. La Georgia, per me, è stata decisamente il secondo tipo.
La leggenda che racconta un popolo
C’è una storia che mi è stata raccontata durante il viaggio e che, più di ogni altra cosa, descrive perfettamente l’anima di questo paese. Si narra che, quando Dio distribuiva le terre tra i popoli del mondo, i georgiani arrivarono tardi. Lungo il cammino verso la casa del Signore si erano fermati più volte a brindare, cantare e festeggiare la vita. Quando finalmente arrivarono, tutte le terre erano già state assegnate. Non era rimasto nulla. Dio allora chiese il motivo di quel ritardo. I georgiani risposero semplicemente che si erano fermati a celebrare la vita, condividendo vino e cibo e godendosi il momento insieme. Dio sorrise. Colpito dalla loro gioia e dal loro modo di vivere disse: "Vi darò la terra che avevo tenuto per me." E così, secondo la leggenda, nacque la Georgia. Un angolo di paradiso tra le montagne del Caucaso.
Durante il mio recente fam trip di cinque giorni ho visitato città, monasteri antichi e paesaggi spettacolari. Ma quello che mi porterò davvero dentro non sono tanto i luoghi, quanto le storie e l’anima di un popolo che vive su una terra affascinante e difficile allo stesso tempo. Una terra che, proprio come la sua storia, è aspra, montuosa, forte.
E che ha plasmato persone altrettanto forti.
Un paese con una storia intensa
La Georgia è un paese che ha attraversato secoli complessi: invasioni, imperi, tensioni geopolitiche e l’ingombrante presenza della Russia, ancora oggi percepibile in molti racconti locali. Durante il viaggio ho ascoltato storie che parlano di conflitti, equilibri delicati tra nazioni e giochi di potere spesso poco limpidi. Eppure, nonostante questo passato difficile, ciò che emerge con forza è tutt’altro: orgoglio, identità e voglia di raccontarsi. I georgiani hanno un desiderio autentico di mostrare al mondo chi sono davvero e quanto la loro terra abbia da offrire. Ed è proprio questo che sorprende di più.
L’ospitalità georgiana: come essere invitati a pranzo dalla nonna
Se c’è una cosa che colpisce subito in Georgia è il rapporto con il cibo. Entrare in un ristorante georgiano non è come sedersi al tavolo di un locale qualsiasi: è più simile a essere invitati a pranzo dalla nonna a Natale. I piatti arrivano al centro della tavola e vengono condivisi da tutti. È quasi una regola non scritta. Ordinare qualcosa solo per sé? Praticamente impensabile. Mangiare diventa un momento di condivisione, dialogo e convivialità. E naturalmente non manca mai il vino.
Il vino: una presenza costante
In Georgia il vino non è solo una bevanda. È parte della cultura. È talmente radicato nella vita quotidiana che, scherzando ma non troppo, qualcuno prova quasi a offrirtene un bicchiere anche al supermercato. La Georgia è infatti considerata una delle culle della viticoltura mondiale, con una tradizione che risale a oltre 8000 anni fa. Il metodo tradizionale di vinificazione georgiano utilizza grandi anfore di terracotta chiamate qvevri, interrate nel terreno, ed è stato riconosciuto come Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Realizzare queste anfore è un processo lungo e artigianale: possono volerci anche tre mesi di lavoro per costruirne una sola. Ed è proprio questo che racconta molto del carattere georgiano: quando si dedicano a qualcosa, lo fanno con passione e con una cura straordinaria.
Piccoli momenti di storie vissute
Ci sono stati due momenti in particolare che hanno parlato di vino, ospitalità e umanità...
L’invito inatteso a Sighnaghi
Il primo momento che porterò sempre con me è accaduto a Sighnaghi, una piccola cittadina georgiana conosciuta come la città dell’amore. Un tempo qui era possibile sposarsi a qualsiasi ora del giorno e della notte, ed è per questo che molti georgiani venivano proprio qui per celebrare il proprio matrimonio. La nostra visita è stata in realtà un cambio di programma: la neve abbondante ci aveva impedito di raggiungere alcuni monasteri previsti nell’itinerario. Arrivati a Sighnaghi, la città era quasi completamente vuota. Eravamo gli unici non georgiani in giro. Qualche panetteria aperta, un piccolo supermercato, pochi negozi. Per il resto, silenzio e neve. Mentre passeggiavamo tra le strade, un anziano signore si è avvicinato a noi. Camminava con la lentezza di chi ha vissuto molti anni, ma con un sorriso e una spontaneità che sembravano quelli di un bambino. Senza alcuna esitazione ci ha invitati tutti a casa sua. Voleva farci entrare, mangiare insieme, brindare e celebrare la vita. Il tutto parlando un curioso mix di russo e georgiano che rendeva la scena ancora più surreale e divertente. Alla fine, purtroppo, abbiamo dovuto declinare l’invito. Ma momenti come questo, a cui noi in Italia non siamo più così abituati, rimangono. Grazie comunque, Lados.
Il vino come cultura: un pranzo sotto la neve nel Kakheti
La seconda esperienza che porterò sempre con me è stata la visita a una piccola cantina familiare nella parte orientale del Kakheti, la regione vinicola più importante della Georgia. Ad accoglierci c’era una giovane famiglia che gestisce la cantina con passione e dedizione. Il proprietario ci ha raccontato il processo di produzione del vino: un metodo che affonda le radici nella tradizione georgiana e nelle influenze dell’epoca sovietica, ma che oggi viene reinterpretato con uno sguardo moderno grazie alla sua voglia di innovare e studiare. La visita si è svolta interamente sotto la neve, che cadeva silenziosa sui vigneti rendendo l’atmosfera ancora più suggestiva. Il momento più bello è arrivato alla fine. La degustazione si è trasformata in un vero pranzo conviviale: una lunga tavolata accanto al camino, tutti seduti uno accanto all’altro, quasi spalla a spalla. Il proprietario e sua moglie servivano personalmente i piatti: cucina semplice, rustica, autentica. Sapori veri. Il vino scorreva con naturalezza, ma non era solo una degustazione. Prima di ogni brindisi arrivava un racconto, una storia, una parola dedicata agli ospiti. “Gaumarjos!” — salute. In quei momenti era evidente una cosa: quella famiglia non stava semplicemente lavorando. Stava condividendo una parte della propria vita. E voleva che chiunque passasse da lì lo ricordasse. Io, di certo, non lo dimenticherò.
Più delle città, ricorderò le persone
Ripensando a questi cinque giorni mi rendo conto di una cosa curiosa. Non sono sicuro che tra qualche anno ricorderò con precisione il nome di ogni monastero o monumento visitato.
(Forse dovrei… è anche il mio lavoro.) Ma sono certo che ricorderò le storie che ho ascoltato. I racconti pieni di orgoglio di chi ama profondamente la propria terra e vuole condividerla con il mondo. E forse è proprio questo il vero cuore della Georgia.
Un paese che non è per tutti (ed è forse proprio questo il bello)
Non credo che la Georgia diventerà mai una destinazione di turismo di massa. E forse è meglio così. Quando il turismo arriva in modo massiccio spesso finisce per cambiare profondamente luoghi e persone. Sapere che a poche ore dall’Europa esiste ancora un paese dove genuinità, accoglienza e passione sono parte della vita quotidiana è, in fondo, una piccola fortuna. Se amate il buon cibo, il vino, i viaggi on the road e il trekking tra montagne spettacolari, qui troverete un piccolo paradiso. La Georgia è qualcosa di diverso.
Ed è proprio per questo che vale la pena scoprirla
